La sottile linea bianca: l’epidemia di crack ’80-’90

Ripercorriamo l’influenza della droga nel rap. Si parte dall’epidemia di crack negli Stati Uniti a cavallo fra gli anni ’80 e ’90.

DISCLAIMER: Overground e la Redazione non hanno nessuna intenzione di promuovere l’uso o l’ abuso di sostanze stupefacenti. Pertanto, ci limiteremo a raccontare la realtà dei fatti.

È il 17 novembre 1985. La canzone che domina le classifiche è We are the World, Microsoft rilascerà entro pochi giorni la primissima versione di Windows e Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov stanno per incontrarsi nel primo incontro formale fra presidenti USA e URSS dal Dopoguerra.

L’edizione del New York Times di quel giorno parla di una “nuova” droga che sta flagellando le comunità afroamericane. Per la prima volta si usa il termine crack.

Non abbiamo usato le virgolette a caso: il crack non è altro che cocaina raffinata infatti, nata all’inizio degli anni Ottanta nelle isole caraibiche che svolgevano il ruolo di snodo commerciale del narcotraffico fra Colombia e Stati Uniti. In questi Stati, proprio a causa della loro funzione, le vendite di cocaina erano in caduta libera e i narcos locali avevano bisogno di rinnovare il prodotto. Detto fatto, il crack era facile da produrre, più puro e più economico della “sorella maggiore”.

Com’è facile prevedere, in poco tempo la nuova droga si era già diffusa in molte grandi città, “infettando” le comunità più povere.
Il verbo infettare è senza dubbio il più giusto per definire il fenomeno, dato che i giornali cominciarono a parlare di “Epidemia di Crack” che non si fermerà fino agli anni 90 inoltrati.

Non ci volle molto per sentire l’influenza del crack nella musica: già nel 1982 Grandmaster Flash denunciava il degrado e l’impatto della droga nella sua comunità in The Message, ma fu nell’anno successivo che Flash produsse la prima canzone in cui si parlava direttamente di cocaina, ovvero White Lines, in collaborazione con Melle Mel.

Ticket to ride, white line highway / Tell all your friends they can go my way / Pay your toll, sell your soul / Pound for pound costs more than gold
– GrandMaster Flesh & Melle Mel, White Lines ( Don’t Do It), 1983

Per tutti gli anni 80 il crack continuerà a scuotere gli Stati Uniti sia a livello sociale che istituzionale. Il presidente Reagan sembrò prendersela più con le comunità afroamericane che con la droga stessa, generando malcontento e gettando benzina sul fuoco della disperazione. “Blame Reagan for makin’me into a monster” dirà Jay-Z qualche anno dopo in Blue Magic. Si parla addirittura di complicità diretta delle istituzioni nel diffondere la droga fra le persone più in difficoltà per “controllarle” ed alimentare lo stereotipo del criminale nero violento.

Nella più totale assenza di prospettive ma soprattutto delle istituzioni, per molti il crack era l’unico lavoro accessibile, e se si ascolta il rap di quegli anni è tangibile. Non solo attraverso gli occhi di chi vede, ma anche attraverso quelli di chi fa.

Se Grandmaster Flash era un osservatore esterno, artisti come KRS, NWA o i Public Enemy mettevano in gioco il punto di vista dello spacciatore stesso, costretto a vivere si in situazioni disumane e bastonato dalla polizia violenta, ma anche in una versione distorta del mito di Tony Montana. I ragazzi dei ghetti incidevano le loro storie di strada e li facevano diventare hit, creando in questo modo una colonna portante di questa musica e di questa cultura. Gli artisti figli di questo periodo hanno deciso di imbracciare gli stereotipi negativi che la politica di Reagan gli affibbiava, elogiando molte volte lo stile di vita che i soldi dello spaccio permetteva. Come il giovane William Roberts, meglio conosciuto come Rick Ross, che deve il suo nome d’arte a “Freeway” Rick Ross, il vero e proprio Kingpin del crack a Los Angeles degli anni 80.

I know how it feels to wake up fucked up / Pockets broke as hell, another rock to sell/
People look at you like you’re the user / Selling drugs to all the losers mad Buddha abuser

-Notorious B.I.G., Everyday Struggle, 1994

La musica assume quindi un doppio valore: se da un lato abbiamo la denuncia delle conseguenze devastanti della droga, non possiamo non considerare l’aspetto più materiale della questione ovvero i soldi generati dallo spaccio. Insomma, dove non arrivava la denuncia sociale arrivava l’esaltazione di uno stile di vita ricco e altrimenti impossibile in certi ambienti.

Per molti, la voglia di liberarsi dal peso della droga è stata la scintilla che ha acceso poi grandi successi. Basti pensare a Snoop Dogg, che dopo il carcere ha deciso di lasciar perdere completamente lo spaccio ed è diventato il gigante che è adesso, oppure a B Real, che dopo il crack ci ha regalato quel piccolo miracolo che sono i Cypress Hill. Per non parlare di RZA e Raekwon, forse l’esempio maggiore di questa voglia di rivalsa, che sono riusciti a mettere su l’impero discografico che è il Wu Tang Clan partendo dai palazzoni newyorchesi infestati dal crack.

Man mano che si procedeva negli anni 90, l’epidemia si concluse per circostanze ancora non chiarissime. C’è chi dice che abbia vinto Reagan, altri che le nuove generazioni, avendo visto gli effetti del crack, se ne siano tenuti alla larga. Ad oggi il problema non è scomparso, ma sicuramente ha perso il peso che ha avuto fra gli anni 80 e 90. Rimangono però le ripercussioni di questo periodo, che hanno e continueranno ad incidere profondamente la storia del rap.

Stefanojoestar

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